Venezia

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Scendo dal treno e subito appare un ponte enorme bianco di marmo gremito di cinesi con bastoni per i selfie.
vengo sospinta dallo sciame in una via lastricata di pietre con bar dai cartelli chiassosi:HOME MADE PASTA PIZZA
che gridano stereotipo italiano.Trionfi di gamberi e cozze surgelati e maschere finto veneziane di plastica.
Non capisco dove sia il mio albergo perchè è in un angolo travestito da bar e ha solo tre stanze, una stella e mezzo.
Mi chiedo l’utilità della mezza stella, certamente non un premio alla bellezza dell’albergatore che mi accoglie
con un sorriso sdentato e l’alito che sa di grappa. Da fuori provengono fischi e applausi, sta sfilando un corteo
di persone con la bandierina di Forza Italia. -Renzi vai a casa!- è la frase che serve a provare l’audio del microfono.
L’albergatore inizia a insultare l’oratore aumentando immediatamente il suo livello di simpatia.
Scopro di avere addirittura il bagno in camera:sono quasi felice.
Quando apro la porta della stanza mi accorgo che la stanza è finita, nel senso che non aumenta in larghezza
oltre la porta.Il letto è incastrato tra la porta e la finestra che da direttamente sul muro della casa di fronte.
Inizio ad avvertire una leggera claustrofobia.Scopro che il bagno è più grande dela camera e decido di lasciare la
porta aperta per dare un’illusione di spazio (se faccio la cacca sentirò la puzza a letto?).
La partenza non è il massimo, mi avvio comunque entusiasta verso piazza S.Marco. Vengo assalita da un attacco di fame
come ogni volta che metto piede in un museo, mi fiondo in un pub.
Le centinaia di reggiseni ornamentali appesi al soffitto dovrebbero essere il primo campanello d’allarme,
che prontamente ignoro. Il proprietario sembra un conte ugonotto con un taglio di capelli carrè che di per sè è già orrendo su una donna. Mi chiede con una voce che definirei flautata cosa voglio da bere e se ne va
inchinandosi profondamente.
Questo saluto alternativo mi inquieta. Apre il vino e me lo versa in un bicchiere, mi porta
il piatto di pasta e lo spolvera personalmente di formaggio grattuggiato, chiede -è di suo gradimento?- e si congeda con una giravolta.
dopo un minuto torna con il cesto del pane e ripete l’inchino profondo.Questo si ripeterà con l’insalata, la birra,e il caffè.
Mi spunta alle spalle come un fungo sistemando la disposizione dei piatti e sorridendo.L’ansia si è impossessata di me: mi volto a cercare le vie
di fuga e mi accorgo che fa la stessa cosa anche con la coppia sudamericana di fianco a me,parlando spagnolo in scioltezza
e declamando le bellezze di città del Messico da vero intenditore. Saturata da questa pantomima chiedo il conto e rimango inorridita:
trenta euro per un piatto di pasta e un’insalata, solo l’acqua costa cinque euro.
Comprendo finalmente che le sue mosse mellinflue servono a depistarti dai tuoi istinti omicidi a fine cena.
Ed eccomi qua, ad incarnare perfettamente lo stereotipo del turista giapponese che compra entusiasta minuscole gondole di plastica a trenta euro.

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