Strange cat

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Ogni tanto mi sembra che il gatto mi guardi. Sposta la testa all’indietro, le orecchie basse, le pupille si allargano fino a che l’occhio è completamente nero, e si ferma a fissarmi. Allora cerco di sondare il terreno, comincio un discorso, o lo insulto. Sembra capire perfettamente, poi schizza via.
Mi chiedo a cosa pensi tutto il giorno, a come dev’essere passare le giornate a dormire e a guardarmi si rompe le palle?
Lo fisso fino a sentirmi demente, ma tengo duro,voglio vedere chi abbasserà prima o sguardo.Lui lo distoglie semplicemente, guardando altrove con fare altezzoso.

Stamattina vagavo per Milano cercando un posto dove scrivere. Devi sederti e ordinare,e i camerieri ti stanno addosso.Mi manca Genova, ti siedi e non ti caga nessuno.E poi la nebbia che sarebbe deprimente ma c’è il porto e ha tutto un altro senso.
Cerco solo un posto losco, un’osteria, un bicchiere di vino ed essere dimenticata.
In casa non sono riuscita a buttare giù una riga vinta da un atmosfera opprimente.

Finisco per caso sul naviglio vecchio. Solo che, invece di svoltare a destra, verso l’Alzaia, giro a sinistra, nel quartiere Torretta arrampicato sulla parte sbagliata del corso d’acqua, raggiungibile solo a piedi.
Dalla nebbia emergono file di case tutte uguali, palazzi senza faccia azzurro sbiadito dai piani affastellati, e nel posto dove non avresti mai costruito una porta sbuca una porta.
Le vie strette sporche si susseguono sotto un cielo monotono, facce dure alle finestre, odore di cibi di nonne: cipolle, sugo bruciato, melanzane, cibi che a mangiarli non digerisci mai più. E ancora tovaglie bucate stese tra i balconi dalle forme geometriche a cazzo.
Un asilo fantasma con le altalene arrugginite, una prolificazione di panetteri e parrucchieri e tabaccai e tutti i posti dove il povero va a lustrarsi per fingere di non essere povero la domenica.
Poi tram buii dove vecchi fissano dai finestrini che sembra abitino lì per sempre.
Un meccanico con le mani unte sbuffa l’autobus non arriva, smania per la poltrona e il gioco dei pacchi da guardare in poltrona. Attacca bottone con l’autista che non lo ascolta, preferisce divertirsi con il clacson e ogni rissa è buona per far passare il tempo e tirare a campare.
I ristoranti cadono a pezzi, le pizzerie hanno saracinesche etarnamente abbassate: Mediterraneo Due, l’insegna fatiscente illuminata a metà, un arabo tentativo disperato di imitare il tipico sapore italiano -Italia buona tanti soldi due macchine moglie non lavora-.Gli chiedo perchè ha il quadro di Maometto e Papa Francesco e solo un pomodoro nella vetrina dei panini, finge di non aver sentito.
In via Fra Cristoforo un autostrada rotta è squarciata dagli alberi. Quando avevo otto anni guardavo le querce alte e mi chiedevo perchè non ci fossero i bambini a giocare tra gli alberi. Camminavo da sola su tappeti di foglie morte, cercando dove andavano a finire le radici. Sprofondavo nella desolazione di giochi solitari ritpetuti in uno scherma ritmico: sasso, sasso, foglia, legno secco.

La casa di mia nonna era verde con le pareti di pietra appuntite, le toccavo sempre: mi chiedevo perche quei mattoni dovessero essere dei rombi appuntiti e non rossi e quadrati come gli altri, mi piacevano.
Sulle scale si srotolava un tappeto rosso, non si sa perchè, facevo sempre la sfilata.
Al terzo piano c’era la nonna. Mi investiva un odore di minestrina e del sapone di marsiglia. Ero rapita dalla carta da parati marrone che creavano un effetto ottico. Poi c’era la bacheca dei trofei di atletica vinti da mio padre. Pensavo a mio padre e mi chiedevo se fosse uno scherzo.
Allora mia nonna mi mostrava una foto in cui era sospeso in aria sopra l’ostacolo e mi convincevo.
Un’altra cosa era il telefono vecchissimo verde smeraldo, con la cornetta e tutto il resto, appeso al muro.
Nell’era dei telefoni bianchi e grigi Telecom bruttissimi mia nonna si ostinava a comporre il numero girando un cerchio di plastica, cifra per cifra. Mi piaceva e facevo un sacco di finte telefonate.
Il nonno era una figura di sfondo silenziosa alla finestra,seduto su uno sgabello faceva e scioglieva nodi guardando fuori dal balcone. Un marinaio che aspetta la sua nave, coriaceo, ostinato.

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