Erostrato

Louis Malle - Le feu follet (1963).clownmonkey[(038957)23-16-23]

Lo specchio gli restutuì il viso pallido e le labbra sottili piegate all’ingiù. Caricò la smorfia, sorrise. Richiuse la porta con uno scatto secco e uscì in strada. Prese un un vicolo qualunque, lasciandosi alle spalle la piazza principale. Le voci si affievolirono. Una via come quella sarebbe stata perfetta, nessuno ci avrebbe fatto caso. No, lo scopo era proprio quello, un atto pubblico, umanitario. Rise di gusto. Pensò a Jeanne. Si divertiva a tormentarla, perché era pura. La faceva piangere e allora notava che era bella e la stringeva a sè, disgustandosi. Del resto odiava tutta l’umanità. Non gli riusciva di guardare la gente dall’alto, sapeva di farne parte, con i suoi vezzi, il suo ridicolo pathos. Poteva rifugiarsi nell’ironia, o in un distacco simulato, ma tutto lo spirito si disperdeva davanti a due occhi belli, e il suo egoismo, elevato al dì sopra degli altri, si fotteva. La pietà allora lo schiacciava come un verme. Aveva sopportato a lungo gli sbalzi del cuore capriccioso, ma con il tempo la sensazione era aumentata, colmandolo di un impulso cieco.

Attraversò pont Neuf, immaginando di sparare al signore che si dondolava appesantito nel cappotto nuovo. Incrociò un’ alta donna mora, un colpo solo, passionale. Non bastava, voleva mirare a tutti. Non aveva che da recuperare la pistola e scegliere il posto. I raggi di sole penetravano attraverso le grandi arcate di metallo. Luce, ferro, luce, ferro, luce, Jeanne che gli mostrava i suoi libri, luce , il labbro che sanguinava mentre lo scopriva scoparsi l’altra. Ferro. L’aria era fredda. Era deciso. Lo rapì una calma euforia. Le mani presero a sudare. Imboccò Rue de Metz e poi Rue des Coteliers, davanti al portone, esitò, poi prese rapidamente le scale. Jeanne dormiva nuda, un braccio storto piegato sopra la testa. Cercò nei cassetti, senza trovare nulla. Lei mormorò nel sonno. Continuò, svuotando l’armadio senza guardarla. La pistola era sul fondo, insieme alla biancheria. Jeanne si mise a sedere sul letto.

-Cosa fai?-

La guardò e non disse nulla.

-Sei impazzito, vuoi portare quella?

-Taci-

-Che cosa ti è preso?-

-Non ti amo più –

-Cosa?-

-Non ti amo più. Non puoi capire quello che per me è necessario e quindi, non ti amo più-.

Jeanne si buttò contro di lui. La strattonò via. Allora prese a graffiarlo, cercando di togliergli la pistola. Uno sparo secco. La vide cadere a terra e si bloccò a fissare il corpo pallido, azzurrino. Un rumore di passi nelle scale lo riscosse, cercò la porta e corse giù dalle scale, la pistola stretta sotto la giacca . Fuori , gli sembrò di vedere lucidamente, i movimenti divennero fluidi.

“Fino a che continuerai a sentire le stelle ancora come al di sopra di te, ti mancherà lo sguardo dell’uomo

che possiede la conoscenza.” Ripetè quelle parole. La strada era svuotata. Udiva un rumore di passi, e il tintinnio delle frasi lasciate a metà. Oltrepassò Marais, imboccando il grosso viale che portava al Museo Nazionale, oltrepassò i giardini decorati e il classicismo asfissiante dei portici. Superò in fretta l’ingresso, La sala era affollata, il silenzio rendeva surreali i suoi propositi. Cercò di riafferrare il disprezzo, o la rabbia. Nulla. Ne buttò a terra una ventina.

Si fermò davanti a ” Les Demoiselle d’Avignon “, i volti delle prostitute ammiccavano nella sua direzione.


Aspettò di morire.

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