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MIKII

Complemento di sicurezza:due fiori bianchi a stelo lungo, gialli al centro
il quadro di un albero di legno che sbuca dal mare,altri listelli di legno disegnano il riverbero delle onde
scoppio:fuori la pioggia a grossi acini il vento scuote le tende che si gonfiano e rilasciano fischi acuti
se uscissi dovresti prendere una direzione per non bagnarti,raccogliere un pezzo di tela o un foglio di giornale
oltre la corsa sentiresti allora un suono,sempre piu lontano, lo useresti per orientarti nel bianco accecante
fino ad intravedere l’orizzonte che sembrerebbe, per un temporaneo effetto morgana, raggiungibile.
ma ciò che fai è rimanere sulla poltrona aumentando il numero delle sigarette spente
desiderando che sia lei a venire da te,ferita
dovrebbe apparirti senza sforzo, a rompere gli argini della solitudine.
deisideri la solitudine e desideri che venga distrutta da un’onda, un’immagine,una musica sempre più forte.
spostandoti di un solo centimetro sparpaglieresti questi pochi pensieri là fuori e non saresti nulla.

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Stagno

millais4

1.

Il giardino era immobile nell’afa estiva. Solo le foglie ondeggiavano, mosse da un leggero soffio di vento. Marie era sdraiata sul dondolo, un braccio sfiorava l’erba secca, Tòmas, poco più in là, leggeva. Ogni tanto alzava gli occhi e la guardava. Si concentrò sulle pagine e vide che il posto era vuoto, udì dei passi affievolirsi lungo il viale. Li inseguì tra gli alberi, fino a perderli. Arrivò al fiume e la vide galleggiare nell’ acqua, il largo vestito tutt’intorno. Nuotò fino a sfiorare l’altezza del suo viso, gli erano occhi chiusi. La trascinò sott’acqua, lei annaspò e sputò tossendo, la strinse tra le braccia e rise. Poi raggiunse la riva, si stese, annoiato, e si addormentò. Al risveglio la luce era calata, udì il ronzio dell’ acqua leggermente increspata: gli girava la testa. Tornò al giardino dove si udiva cantare. Silvia era seduta, portava un bicchiere di vino alle labbra. Buongiorno!- rideva, già brilla. Tom le prese il vino di mano e lo bevve in un sorso. La tavola era apparecchiata. Quanto tempo aveva dormito? Si sedette, leggermente stordito. non c’era più vento, solo lo stridio delle cicale.

-Ascolta- Marie mise un disco, seguiva la musica, bevendo un sorso ogni tanto.

-scommetto che l’hai scelto tu- Silvia lo guardò e rise, disperata.

-Si-

Tòmas seguiva la linea del braccio di Marie che sfiorava terra.

-Ecco dove eravate stamattina!- Silvia non riuscì a mascherare il tono di voce troppo stridulo.

-Dormivi ancora, non si poteva svegliarti- recitò Marie.

L’aveva buttato giù dal letto e lo aveva aspettato in macchina suonando il clacson sulla strada gli aveva parlato di un mercato appena fuori città. Avevano passato ore a sfogliare i dischi, lei non sembrava soddisfatta, poi aveva visto la poltrona e il giradischi. Li aveva sistemati in giardino.

-Per qualche giorno risparmieremo, non abbiamo bisogno di rimpinzarci- disse Marie. Tom non disse niente. Strinse la catenina nella tasca. Durante la cena fu piuttosto silenzioso, Marie parlava concitata e svuotava i bicchieri, Silvia ascoltava. Si alzò per cambiare il disco. Poi ballarono soli finchè non fu buio. La mattina dopo Thomas si svegliò che il sole era già alto. Aveva la bocca impastata. Quando scese a prendere dell’acqua fresca, vide Marie che usciva dalla porta, con delle borse. Era ridicolo come in un sogno. Sentì i battiti pulsargli nell’orecchio. Lei non disse niente, uscì. -Scusa- si fermò e lasciò un gesto a mezz’aria. Attraverso l’acqua udì il suono di un fischio prolungato. -è pronta la cena! – Silvia gli fece un largo sorriso dalla riva. Tom non parlò per tutto il tempo, ogni tanto lei cambiava un disco. Mise sul tavolo una bottiglia di gin. Era stanco. Vide che Silvia aveva i capelli biondi. Lei si lasciò baciare, chiudendo gli occhi. Non riuscì a pensare a niente. la mattina dopo , mentre cucinava la abbracciò da dietro. Le fece scivolare in tasca la catenina -ho una cosa per te-

Lei la prese e la mosse davanti agli occhi. -non la voglio-. Provò a cercarla tutto il pomeriggio al fiume, persino in paese, non la trovò. La collana rimase sul tavolo.

2.

Marie comparve davanti alla porta, con un grosso cappello in mano -perché non mi lasci entrare?- Erano passate settimane. Era piu magra. La prese per il polso, poi lo lasciò andare. Era ubriaco. le accarezzò le guance, la bocca. Il bacio strideva, la allontanò. La catena era rimasta sul tavolo, la prese, le tremava la mano. -Tienila, è tua – la spinse verso la porta e la richiuse. L’estate stava finendo e Tom fece le valigie per tornare in città. Passò dal paese Per comprare le sigarette e vide silvia che usciva da un portone.

-Ti ho cercata ovunque –

– stavo andando al mare-. Il vestito a righe rosse faceva sembrare Silvia una bamboccia.

-Ti accompagno , ho la macchina- stettero stesi al sole in silenzio, il mare era calmo. 

– Non voglio tornare indietro – disse Tom. Rimasero in paese per tutto l’autunno. Tom smise di tagliarsi la barba e di dipingere. Una sera cenarono sul terrazzo, le stelle splendevano nitide. Tom aprì il vino.

-Domani torno a Parigi.- Lo disse all’improvviso.- Se tu non vuoi, puoi rimanere- -la mia valigia è pronta- la guardò ,stupito. Da giorni ti muovi come se fossi in gabbia. Perché non poteva fargli una scenata? Odiò quell’espressione dolce, perfino l’abbronzatura. Bevve il vino

-Potremo stare da me-

-ma certo, a casa tua, cucineremo e saremo felici. Che banalità!- piangeva.

Tentò di abbracciarla, ma lei entrò in camera e chiuse la porta. La mattina dopo il sole autunnale splendeva. Facevano i bagagli. Tòmas indossò la camicia e i pantaloni, li sentì innaturali. Non parlarono per gran parte del viaggio, Silvia guardava fuori. Era bella. -Quando saremo a Parigi, cercherò un lavoro. Potremo vivere insieme. Lei lo guardò. Non gli credeva ma gli credette. La tensione era scomparsa, cantarono con la radio. Quando arrivarono era ormai buio, la casa era rimasta identica, ma il giardino era una massa di erbe selvatiche. bevvero un bicchiere di latte seduti in cucina. –siamo brutti- disse silvia. Tom si guardò allo specchio. -Andiamocene a letto- non riuscì a dormire. Si rigirava nel letto, si alzò, accese una sigaretta. Trovo una falciatrice nella rimessa e quando ebbe finito con il prato, cominciò con le piante. Strappava le erbacce bevendo lattine. Finì quando già gli uccelli cantavano. crollò sul divano vestito. si svegliò a pomeriggio inoltrato. Silvia entrò nella stanza, indossava un vestito giallo, la faccia disfatta dalla gioia. Aveva imbandito la tavola fuori, il giardino profumava di fiori. -sono stata in città- disse

– Ti ho trovato un lavoro-. Tom non capì.

– Stamattina ho fatto il giro dei locali e cercavano un barista alla vineria. Domani hai la prova. So che non è la galleria, ma intanto può esserti utile.-

-D ‘accordo -alzò le spalle. Era ragionevole e noioso.

intanto possiamo sistemare le tele nello studio, avrai spazio per lavorare!- la prova fu un disastro. Continuava a rompere i bicchieri. -cominci domani, la paga è a fine settimana.- il capo lo squadrava. Uno stuzzicandenti gli pendeva da un lato della bocca. Non riusciva a crederci. Si sedette a un tavolino fuori da un bistrot, bevve due birre. era depresso. Non prese l’autobus, doveva camminare.

-Ma dove sei stato?- -ho fatto un giro –Silvia era raggiante. Apri una bottiglia di Cabernet. Lo baciò, a stanza girava, si ricordò di non aver mangiato. Si spogliarono. fissava la tela sulla parete,l’aveva dipinta l’estate precedente. Le pennellate non si amalgamavano, era da buttare. La mattina dopo, si svegliò di soprassalto. era in ritardo di due ore. -recupererai questa sera! – abbaiò il capo. Gli stette addosso tutta la mattinata,mentre imparava a fare il caffè, rimproverando ogni movimento. quando finalmente riuscì a guardare l’orologio, era quasi mezzanotte. Quando arrivò, la casa era vuota. – sono uscita, le Chat Noir a dopo – diceva il biglietto. Mangiò la cena fredda e si mise a girare per la casa. entrò nello studio, le tele erano ancora imballate. Portò tutto nella rimessa in giardino. Prese la chitarra nello studio e suonò qualche accordo, la posò. Uscì e prese il tram. Nel locale un trio acustico affollava la sala. alternavano pezzi jazz ad altri blues, più ritmati. Tom si avvicinò al bancone, ordinò un whiskey. Non riusciva a vedere Silvia da nessuna parte. cominciò a lasciarsi andare, erano veramente bravi.

-Un altro- disse al barista. Un ragazzo magro, rosso, fischiava

-Son bravi, eh?- Tom rise, era ubriaco. lui si illuminò.

-Sono Guido, sei anche tu un musicista?- -per niente- -io suono il violino, vedi?- gli mostrò le dita -tu cosa sei?- – faccio il barista alla vineria in fondo alla strada – Guido fischiò di nuovo.

-Dicono ci siano i topi – Tom capì la faccenda dei bicchieri rotti

-Sono la specialità della casa- Il ragazzo sghignazzò. Si detestava. Vide Silvia con i   compagni di università, e Marie: era voltata di spalle. Fece qualche passo – cosa ci fai qui?- aveva un tono di scusa.

-Piacere Guido. E tu?-

-La sua ragazza- ci fu silenzio. Marie sentì. Continuava a voltargli le spalle. Sembrava presa dalla conversazione con un ragazzo con la giacca da professore. Li vide scomparire tra la folla. Andò in bagno e vomitò. Silvia era fuori dalla porta. Lo baciò. -puzzo di vomito-, si scansò -andiamocene- la prese per mano.

3.

Tom trascorreva le giornate tra il bar e lo studio. vi si rinchiudeva dentro per ore. nei giorni liberi andavano in campagna,con la vecchia auto. passavano intere giornate a parlare, guardando passare le nuvole. Al locale le cose andavano meglio, il capo aveva smesso di fargli trasportare grosse casse su e giù per le scale, gli insegnava a preparare i cocktail. il resto del tempo serviva ai tavoli. Anche quella sera Guido lo aspettava fuori dal locale. aveva preso l’abitudine di seguirlo,parlando a ruota libera. conosceva tutto quello che succedeva nel quartiere. Aveva smesso di farsi la barba. Scriveva poesie surreali. A Tom sembravano solo brutte. Quella sera partecipava a un reading . -Ci sarà l’intera città!- da quando porti gli occhiali?-chiese tom. Entrarono in un seminterrato che puzzava di sudore. Tutti indossavano maglioni sistemati in modo da sembrare logori. L’alcool era pessimo. Dopo due performance seguite da fischi e insulti, fu la volta di scrosci di applausi a un ciccione con un berretto di lana. Calò di nuovo il silenzio. Una ragazza bruna salì sul palco. Un vestito rosso metteva in mostra le costole magre. Tom tentò di spingere tra la calca. Leggeva a bassa voce, la gente si lamentava ma lei sembrava non sentire. Smise di leggere, lo vide. -brava!- Guido applaudiva. Tom lo spinse fuori. Sembrava sconcertato -sei impazzito?hai visto le donne là dentro?- -quel buco puzza di piscia, andiamo a farci una birra – Quando arrivò a casa, si taglio la barba. affondò la lama fino in fondo, lasciando la pelle liscia. dimostrava diciassette anni. smise di guardarsi allo specchio. Silvia lo guardò scioccata

– andiamo al bosco- Tom tirò fuori lo zaino. Quando vide Guido, sembrò delusa. Gli sorrise- non preoccupatevi, ho portato un sacco di cibo- disse Silvia . -brava!Tom mangia come un porco- gli diede un pugno. Picchiandosi cominciarono la salita. Tre ore dopo, Guido non sembrava minimamente stanco, non aveva mai smesso di parlare. arrivarono alla baita verso il tramonto. Tom crollò a terra – è perché fumi tutte quelle sigarette-disse Silvia. Nessuno la ascoltò. Mangiarono e bevvero vino scuro. Tom era sereno, intorpidito. Al tramonto scesero. Tra gli alberi la luce filtrava con difficoltà. Guido cantava, ubriaco. Silvia prese Tom per un braccio- aspetta. lo baciò, contro un albero. una civetta fischiava. –le braccia affondano i corpi nell’acqua.. –

Non riusciva a ricordare come finiva -Guidò li chiamò ad alta voce, era sceso il buio . Il giorno dopo Tom era uno straccio, si incantò davanti alla macchina del caffè. Il padrone lo spinse fuori, verso i tavoli. Consegnò meccanicamente i piatti a Una vecchia sporca di trucco e a un ragazzino che non stava fermo e il caffè a Marie. Portava un paio di occhiali scuri e occhiaie scure. –grazie- non alzò lo sguardo. leggeva un libro. tornò al bancone rovesciando una bottiglia-oggi siamo in forma, bene!- Tom non sentì nemmeno il capo. Continuava a lanciare occhiate al tavolo fuori. Lei non sembrò notarlo. Passate le cinque, il padrone si avvicinò a Tom -puoi andare. E’ al quarto caffè, non voglio che si ammazzi nel mio locale – Tom tolse il grembiule. -Marie? -che ci fai qui?- 

-ci lavoro- -già- sembrò non ricordare perché era lì, soppesò la tazza tra le mani. Lo condusse in un piccolo ristorante nel quartiere ebraico. Un vecchio posò scontroso un grande piatto e una caraffa sul tavolo. Marie si versò il vino, accese una sigaretta. – tranquillo, si può fumare qui- le brillavano gli occhi -mi odi?- -No. qual’è il punto?- -mi sei mancato- -non essere melodrammatica- Tom accavallò le gambe – è per questo che mi hai portato a cena? – rise – lei non sorrideva. – sto con Silvia- -la detesti- il bacio fu violento. le parole galleggiavano molli attorno, dei legni sparsi in un fiume. Lo fece salire in un appartamento stretto. Entrò contro di lei e I corpi incendiarono la stanza. Poi Il cielo divenne chiaro, e si addormentarono.

4.

Tom si svegliò nell’aria soffocante del pomeriggio. Marie era riversa su un fianco, nuda, era piccola. Andò in cucina si mise a cercare il caffè.aprì gli scaffali,niente. Nel frigo era rimasta una bottiglia di vino, fece un sorso, era acido. Marie si era alzata,sembrava dispersa. Si buttò addosso una camicia , lo accompagnò alla porta. in strada si sentì solido, leggero. In fondo era indifferente. Andò a pescare con Guido e lo ignorò parlare. Fecero molti lunghi giri e alla fine fu l’ora di tornare a casa. Silvia aveva preparato il pollo. Mangiarono e bevvero , fu una cena piuttosto allegra. -stanotte sei scomparso- silvia sorseggiava il caffè con gusto -allora?- sam le rovesciò il vassoio addosso, e se ne andò. Le sue grida si allontanarono. Si mise a giroavare, poi con i soldi rimasti affittò un appartamento vicino a Montparnasse. era lurido, lo riverniciò .non si fece più rivedere alla vineria. ricominciò a dipingere.usciva di casa solo la sera, spinto dalla fame cenava in qualche osteria. Una notte mentre fumava, incontrò Guido che usciva dalla galleria. era su di giri.andiamo a farci un bicchierino a casa tua?- -non ci vivo più – camminarono in silenzio fino a casa. Guido lo guardò in modo strano – hai un aspetto spaventoso!-sbottò. si guardò nella vetrina. aveva ragione. Sul volto scavato aleggiava uno sguardo vago, allucinato. -devo trovare marie, l’hai vista?- – no – rispose – dimmelo, idiota – -credo sia fuori città-. Tom assunse un espressione grigia. andarono al cinema e poi a cena in osteria. Arrivarono al Dome ubriachi. Era affollato di donne con le labbra rosse E vacui ragazzi in completi eleganti. Marie ballava senza grazia in un vestito lungo. Guido era scomparso, andò a cercarlo. lo trovò con Silvia, parlavano fitto. Non sentiva niente. Fuori, si mise a fumare. uscì Silvia, gli diede uno schiaffo e se ne andò. Uscì Marie, provò a inseguirla, poi le lanciò dietro le chiavi del suo appartamento. -Devo andarmene-pensò.

5.

Marie si svegliò a notte fonda. spalancò la finestra lasciando entrare l’aria fredda. Andò in bagno a lavarsi la faccia .passeggiò per la stanza. vide le chiavi per terra. Uscì per strada con un idea stupida. Camminò per molti isolati, lasciò che il corpo vagasse. pensava , pensava e non pensava a niente. si ritrovò di fronte il palazzo alto e spiovente. salì le scale. l’appartamento era ampio, di giorno doveva essere stato luminoso. non c’era spazio per camminare. Le tele erano per terra e addossate ai muri. Croste di vernice e spazzole, pennelli e un grande specchio rotto. vide le sue mani nell’acqua, le sue costole, il gesto con cui scacciava un’ idea. La nebbia torbida avvolgeva il colore e lasciava esplodere una vitalità violenta . Si accasciò. li osservò dal basso, sdraiandosi sul pavimento. Quella nudità non sidisperse. Tomas si alzò presto. Il cielo risplendeva come una minaccia. Si fermò a prendere un caffè. Sentì sulla lingua un sapore zuccherino, metallico. Comprò un giornale e lo sfogliò. Passò da Guido, suonò due volte. lo vide arrivare dal fondo della via, come uno straccio. Lo abbracciò. stai bene?- -Vieni, sali- -Mise l’acqua a scaldare sul fornello – voglio parlarti di una cosa- -dimmi- squillò tom. Ebbe bisogno di andare alla finestra. -è scomparsa- Tòmas corse per la città fino all’appartamento, salì le scale, quasi scardinò la porta. la polvere filtrava dalla finestra, i quadri giacevano per terra. Marie fu ritrovata qualche giorno dopo. Galleggiava tra i flutti come una tela, a Tom ricordò l’Ofelia di Millais.

Incipit

Un cimitero di sigarette e bottiglie sbeccate attorno a una poltrona sontuosa, sfasciata. le braccia abbandonato, il palmo verso l’altro si sporcano di cenere. lo sguardo vitreo è rivolto al soffitto.Si gira nel divano mentre regge con la mano un bicchiere colmo di un liquido scuro; le dita lo stringono facendolo ondeggiare sopra il bracciolo, giocano a farlo cadere, poi lo portano alle labbra lo butta giù in un sorso, il liquido che cola dal mento sul velluto scolorito macchiandolo di un’altra traccia di tempo.

La stanza è stipata di antichi mobili di legno scuro, dal pavimento si staccano assi di legno. Oggetti provenienti dall’india, antiche giade cinesi, scacchiere di marmo scuro e pile di libri impolverati
Neglie anni si sono stratificati, caotici, piatti, bicchieri rotti, perfino l’antico lampadario è stato staccato dal soffitto e giace inerme sul pavimento.
Henry scavalca una pila di vecchie argenterie facendone rotolare qualcuna a terra e cerca di raggiungere la porta.
Non mangia da due giorni e si sente particolarmente lucido,lo stomaco vuoto e i pensieri che danzano nella testa.
Un disco di Chet Baker che si è incantato da ore nel grammofono ma non vuole spergnerlo ora che inizia a piacergli.
Vorrebbe cadere in un sonno profondo, essere inghiottito dal divano per sempre. Ma la fame glielo impedisce e cosi, barcollando, scende per strada. (…)

Venezia

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Scendo dal treno e subito appare un ponte enorme bianco di marmo gremito di cinesi con bastoni per i selfie.
vengo sospinta dallo sciame in una via lastricata di pietre con bar dai cartelli chiassosi:HOME MADE PASTA PIZZA
che gridano stereotipo italiano.Trionfi di gamberi e cozze surgelati e maschere finto veneziane di plastica.
Non capisco dove sia il mio albergo perchè è in un angolo travestito da bar e ha solo tre stanze, una stella e mezzo.
Mi chiedo l’utilità della mezza stella, certamente non un premio alla bellezza dell’albergatore che mi accoglie
con un sorriso sdentato e l’alito che sa di grappa. Da fuori provengono fischi e applausi, sta sfilando un corteo
di persone con la bandierina di Forza Italia. -Renzi vai a casa!- è la frase che serve a provare l’audio del microfono.
L’albergatore inizia a insultare l’oratore aumentando immediatamente il suo livello di simpatia.
Scopro di avere addirittura il bagno in camera:sono quasi felice.
Quando apro la porta della stanza mi accorgo che la stanza è finita, nel senso che non aumenta in larghezza
oltre la porta.Il letto è incastrato tra la porta e la finestra che da direttamente sul muro della casa di fronte.
Inizio ad avvertire una leggera claustrofobia.Scopro che il bagno è più grande dela camera e decido di lasciare la
porta aperta per dare un’illusione di spazio (se faccio la cacca sentirò la puzza a letto?).
La partenza non è il massimo, mi avvio comunque entusiasta verso piazza S.Marco. Vengo assalita da un attacco di fame
come ogni volta che metto piede in un museo, mi fiondo in un pub.
Le centinaia di reggiseni ornamentali appesi al soffitto dovrebbero essere il primo campanello d’allarme,
che prontamente ignoro. Il proprietario sembra un conte ugonotto con un taglio di capelli carrè che di per sè è già orrendo su una donna. Mi chiede con una voce che definirei flautata cosa voglio da bere e se ne va
inchinandosi profondamente.
Questo saluto alternativo mi inquieta. Apre il vino e me lo versa in un bicchiere, mi porta
il piatto di pasta e lo spolvera personalmente di formaggio grattuggiato, chiede -è di suo gradimento?- e si congeda con una giravolta.
dopo un minuto torna con il cesto del pane e ripete l’inchino profondo.Questo si ripeterà con l’insalata, la birra,e il caffè.
Mi spunta alle spalle come un fungo sistemando la disposizione dei piatti e sorridendo.L’ansia si è impossessata di me: mi volto a cercare le vie
di fuga e mi accorgo che fa la stessa cosa anche con la coppia sudamericana di fianco a me,parlando spagnolo in scioltezza
e declamando le bellezze di città del Messico da vero intenditore. Saturata da questa pantomima chiedo il conto e rimango inorridita:
trenta euro per un piatto di pasta e un’insalata, solo l’acqua costa cinque euro.
Comprendo finalmente che le sue mosse mellinflue servono a depistarti dai tuoi istinti omicidi a fine cena.
Ed eccomi qua, ad incarnare perfettamente lo stereotipo del turista giapponese che compra entusiasta minuscole gondole di plastica a trenta euro.

Strange cat

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Ogni tanto mi sembra che il gatto mi guardi. Sposta la testa all’indietro, le orecchie basse, le pupille si allargano fino a che l’occhio è completamente nero, e si ferma a fissarmi. Allora cerco di sondare il terreno, comincio un discorso, o lo insulto. Sembra capire perfettamente, poi schizza via.
Mi chiedo a cosa pensi tutto il giorno, a come dev’essere passare le giornate a dormire e a guardarmi si rompe le palle?
Lo fisso fino a sentirmi demente, ma tengo duro,voglio vedere chi abbasserà prima o sguardo.Lui lo distoglie semplicemente, guardando altrove con fare altezzoso.

Stamattina vagavo per Milano cercando un posto dove scrivere. Devi sederti e ordinare,e i camerieri ti stanno addosso.Mi manca Genova, ti siedi e non ti caga nessuno.E poi la nebbia che sarebbe deprimente ma c’è il porto e ha tutto un altro senso.
Cerco solo un posto losco, un’osteria, un bicchiere di vino ed essere dimenticata.
In casa non sono riuscita a buttare giù una riga vinta da un atmosfera opprimente.

Finisco per caso sul naviglio vecchio. Solo che, invece di svoltare a destra, verso l’Alzaia, giro a sinistra, nel quartiere Torretta arrampicato sulla parte sbagliata del corso d’acqua, raggiungibile solo a piedi.
Dalla nebbia emergono file di case tutte uguali, palazzi senza faccia azzurro sbiadito dai piani affastellati, e nel posto dove non avresti mai costruito una porta sbuca una porta.
Le vie strette sporche si susseguono sotto un cielo monotono, facce dure alle finestre, odore di cibi di nonne: cipolle, sugo bruciato, melanzane, cibi che a mangiarli non digerisci mai più. E ancora tovaglie bucate stese tra i balconi dalle forme geometriche a cazzo.
Un asilo fantasma con le altalene arrugginite, una prolificazione di panetteri e parrucchieri e tabaccai e tutti i posti dove il povero va a lustrarsi per fingere di non essere povero la domenica.
Poi tram buii dove vecchi fissano dai finestrini che sembra abitino lì per sempre.
Un meccanico con le mani unte sbuffa l’autobus non arriva, smania per la poltrona e il gioco dei pacchi da guardare in poltrona. Attacca bottone con l’autista che non lo ascolta, preferisce divertirsi con il clacson e ogni rissa è buona per far passare il tempo e tirare a campare.
I ristoranti cadono a pezzi, le pizzerie hanno saracinesche etarnamente abbassate: Mediterraneo Due, l’insegna fatiscente illuminata a metà, un arabo tentativo disperato di imitare il tipico sapore italiano -Italia buona tanti soldi due macchine moglie non lavora-.Gli chiedo perchè ha il quadro di Maometto e Papa Francesco e solo un pomodoro nella vetrina dei panini, finge di non aver sentito.
In via Fra Cristoforo un autostrada rotta è squarciata dagli alberi. Quando avevo otto anni guardavo le querce alte e mi chiedevo perchè non ci fossero i bambini a giocare tra gli alberi. Camminavo da sola su tappeti di foglie morte, cercando dove andavano a finire le radici. Sprofondavo nella desolazione di giochi solitari ritpetuti in uno scherma ritmico: sasso, sasso, foglia, legno secco.

La casa di mia nonna era verde con le pareti di pietra appuntite, le toccavo sempre: mi chiedevo perche quei mattoni dovessero essere dei rombi appuntiti e non rossi e quadrati come gli altri, mi piacevano.
Sulle scale si srotolava un tappeto rosso, non si sa perchè, facevo sempre la sfilata.
Al terzo piano c’era la nonna. Mi investiva un odore di minestrina e del sapone di marsiglia. Ero rapita dalla carta da parati marrone che creavano un effetto ottico. Poi c’era la bacheca dei trofei di atletica vinti da mio padre. Pensavo a mio padre e mi chiedevo se fosse uno scherzo.
Allora mia nonna mi mostrava una foto in cui era sospeso in aria sopra l’ostacolo e mi convincevo.
Un’altra cosa era il telefono vecchissimo verde smeraldo, con la cornetta e tutto il resto, appeso al muro.
Nell’era dei telefoni bianchi e grigi Telecom bruttissimi mia nonna si ostinava a comporre il numero girando un cerchio di plastica, cifra per cifra. Mi piaceva e facevo un sacco di finte telefonate.
Il nonno era una figura di sfondo silenziosa alla finestra,seduto su uno sgabello faceva e scioglieva nodi guardando fuori dal balcone. Un marinaio che aspetta la sua nave, coriaceo, ostinato.

Statua

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La luce bassa filtra cinque corpi lontani mossi in disordine in aria fredda.
Da vicino esibiti fruscianti nelle giacche enormi buttano sguardi sfacciati alle rovine della chiesa.
Appoggiati a un muro di pietra,le due donne all’estremità, la piu appariscente con la testa reclinata il mento
abbandonato fissa la punta degli stivali, l’altra più esile, quasi bianca avvampa all’improvviso.
E’ calato il silenzio. Immobili acquistano grazia, e subito si disperde.
Uno di loro, più piccolo degli altri beve da una bottiglia e schiamazza, ha l’attenzione si tutti ora,
rotta in scoppi di risate simili al tintinnio delle bottiglie.

Parigi

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In una casa dai soffitti alti in via Tourenne un ragazzo è seduto in una cucina di legno
-Sergio- una donna alta, slanciata lo abbraccia da dietro coprendolo con i capelli neri.
dispone accurata le posate e un piatto con le uova sul tavolo.
Il caffè è forte, ammette lei, la soddisfazione per quel ben di dio riversata nei fianchi che appoggia alla sedia. Entrambi masticano in silenzio.
-C’è dell’altro caffè?- non è una vera e propria domanda, Sergio si alza ad aprire la finestra.
-Potremmo passeggiare sulla senna, guarda il sole!. Marie torna a sedersi, spazzando le briciole dalla tovaglia.-
-Ma certo, facciamo come vuoi tu-mentre scendono le scale le stringe la vita.
la Senna getta bagliori sui capelli rossi di Marie e sui passanti,una donna agita i guanti bianchi per scacciare una mosca.
Marie indica a Sergio un signore con bastone e l’espressione accigliata- non è buffo?- sorride.
Sergio lo trova elegante e ride di gusto. lei fraintende, orgogliosa, gli dà un pizzicotto.
la strada si biforca, Marie prende un vicolo accellerando il passo. la via è stretta è angusta, lo attira a sè,
-sembra una vacanza- pensa.
Da un angolo arriva una musica di fisarmonica, una folla lancia monete a un ragazzo. -devo entrare in macelleria-
-Io vado a casa-
-D’accordo ma non fare tardi!il Bergere.-
-Lo so.-Sergio stringe gli occhi.lei lo guarda,scoppia a ridere,lo bacia.
Lo vede scomparire mentre risale una curva.

Mancano pochi gradini alla porta, ha il fiato corto. Bussa e aspetta.

Avanti- Gertrude mescola in una pentola un liquido rosso, vi aggiunge zafferano e chiodi

di garofano. Poi gli porge il bicchiere.

-Bevi-
Sergio lo porta alle labbra,piano. è caldo e aromatizzato con un fondo acre e amaro
Gertrude lo beve d’un fiato, si lascia cadere su una poltrona.
-Hai dormito fino a questo momento?-
Sotto gli occhi ha due occhiaie blu le evidenziano gli zigomi alti
-La testa mi fa un male terribile-
Sotto il vestito si intravedono le gambe, Sergio percorre le ginocchia ispide con le dita.
Gertrude guarda fuori dalla finestra che si oscura.

l’ampio salone è illuminato ai lati dove file di tavoli rotondi lasciano spazio alla pista centrale
coppie ballano scivolando sui tacchi come ombre fluttuanti.
sergio si lascia trascinare da marie, la stanza vortica
lasciano i cappotti al guardarobiere vicino al bar.
-un martini- schioccano due labbra rosse.una donna in un folgorante vestito verde è seduta al bar, i capelli neri raccolti lasciano libere le tempie.
Sergio fa qualche passo, si arresta.
Dovevano essere gia qui!- Marie sbuffa, scocciata
Eccoli che arrivano- sergio fà loro segno
-dove?-
-non vedi?-la tira verso l’ingresso
Io non vedo prorprio nessuno-la donna si libera con uno strattone
Sergio butta occhiate al di la della sua spalla.

Ma che hai?
-Carissimo-la voce nasale di enrico si fa strada nel frastuono
allora!marie mi ha detto che sei entrato nella rivista-
Marie si illumina, bacia entrambi gli amici sulle guance e la comitiva si dirige verso il tavolo–Correggo solamente le bozze-

-Per ora-gli fa eco Marie

-Ma serve un brindisi!cameriere, una bottiglia di champagne, per favore-
Ho voglia di ballare-marie sorride
Sergio guarda verso il bar, la sedia è vuota.
La luce cadeva sui gradini di St. suplice tagliando un viso di donna intenta a leggere.
Sergio si chinò -deve esserle caduta- le porse la sciarpa rossa
-No,lasci-
-Mi scusi-rimase fermo, indeciso tra il primo e il secondo gradino
-Si figuri, mi sta impedendo di leggere.-
Sergio si allontanò, gli parve di camminare obliquo.c’era qualcosa di inquietante in quel viso.
gli occhi neri.Lo aveva guardato come si guarda una figura piatta.

La bidimensionalità della scatola di sigari lo attirava.se la rigirava tra le mani, non sapendo bene

che farsene e convinto che ci fosse qualcosa da farne.
lo sguardo gli cadde sul polsino inamidato della camicia di marie, una camicia color caffelatte.

Correggeva il suo articolo senza fare un rumore. aveva due chiazze rosse sulle guance, le liberò raccogliendo i capelli.

Vado a ordinarne un altro. Sergio indicò la tazzina, marie non alzò lo sguardo.
Si alzò dal tavolo, oltrepassò il bagno e una porticina sul retro.uscì in strada.
l’aria fresca lo rinvigorì, comprò le sigarette e si incamminò tra la folla.veniva strattonato qua e là, beato.

-Puzzi di rhum.-
Gertrude si girò dall’altro lato,richiuse gli occhi
Sergio dal letto le abbracciò le gambe, lei lo osservava dall’alto.
-torna a casa, sono stanca-.
Cercava i suoi occhi nel buio. Ormai vedeva doppio, due tavolini,due libri, due specchi.

Gertrude guardava la città dall’alto della ruota panoramica. Il sedile dondolava dolcemente e anche il fumo della sigaretta. Mark la guardava con i suoi occhi vitrei e luminosi. Qualcosa in lui la disgustava. Gli voleva molto bene. Avevano preso lo zucchero filato e giocato alle corse dei cavalli. Non si era mai sentita cosi triste. Camminando nella radura cantavano ad alta voce un vecchio inno. Lei era terrorizzata dall’idea di incontrare Sergio. Aaveva il sorriso storto, gli occhi la deridevano . Avevano ballato con i fianchi stretti uno all’altra , ogni tanto lui le ripeteva la canzone e lasciava che il fratello la prendesse in giro. Avevano ballato fino all’ultima canzone senza dirsi una parola. Alla fine seduti su un gradino avevano bevuto l’acqua. Un altro niente. Viveva in uno stato di catarsi da settimane. Si sforzava di pensare me le veniva in mente solamente quel sorriso storto, un presagio.