Unheimlich

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Il cielo era denso di nubi scure. Teresa osservava dalla finestra sbarrata le ortensie bagnate dalla pioggia, le foglie con il bordo zigrinato, i fiori viola e i pistilli blu al centro.Aveva rovinato la cena. Stava nascosta sul terrazzo, sepolta nella poltrona di vimini. Il marito puliva la pentola antiaderente con ritmo regolare, si era creato un silenzio pesante come la ghisa.Avevano rimediato con vino e formaggio.Dal respiro regolare capì che si era addormentato, mentre lei osservava il temporale dalla finestra. Aveva il sonno così pesante da farla sentire sola, la testa pesante, le gambe molli e un sorriso ebete e aggressivo. Una spinta le saliva dalla colonna vertebrale e si collegava ai marciapiedi martellati dalla pioggia, le pareti della stanza si avvicinavano.Era stato allora che il telefono aveva squillato.Una voce grattata e nasale, da donna. Non poteva che essere Stefano. La voce si disperdeva, si udiva un grattare di monete in una scatola metallica.

-Cosa stavi facendo?-

-Ciao, Stefano, stavo bruciando l’arrosto.- Teresa cercò di stringere il bicchiere nella mano senza riuscire ad avvertirlo pienamente.

-Avete avuto ospiti a cena?-

-I colleghi di Claudio. Mi sono alzata da tavola e ho ascoltato Between the Bars-.

– Buonanotte, Teresa-.

 

Nei giorni successivi Teresa portò i bambini a scuola, fece la spesa e si dimenticò del pane. Il cane abbaiava forte, si era scordata di portarlo fuori.Scongelò delle pizze, le portò in salotto davanti al televisore. I bambini saltavano eccitati sul divano. Prese dal freezer anche il gelato. Mentre dormivano andò a buttare i cartoni delle pizze nella spazzatura fuori in cortile. Accese una sigaretta. La vicina del quarto piano, in tuta viola, la salutò. Lei rispose con un cenno, spense la sigaretta ed entrò velocemente in casa.Portò i bambini al parco, all’acquario, al cinema. Piantò anche l’edera, le gardenie, il muro verde diventava più fitto.Ogni mattina lavava i piatti, ne ruppe uno. Comprò i piatti di plastica, si sentì in campeggio. Leggeva Ceckov,in quei giorni. Quello però era un tronco resinoso, lei un mobile di plastica. Quel mattino Teresa preparò il caffè per suo marito, il latte per i bambini. Lui li accompagnò a scuola, lei tornò a letto e si addormentò. Venne svegliata dal suono ripetuto del citofono.Infilò un maglione e scese le scale. Sorrise vedendo Stefano, corse ad abbracciarlo.

-Hai il maglione al contrario- disse Stefano.

-Sali, ti invito a pranzo-.

-No, andiamo fuori-.

Presero l’1, il tram con i sedili di legno e vecchi lampadari, procedeva lento sul binario.il un bar era in fondo alla strada, senza insegna. I tavolini erano grigi, alle pareti spoglie era appeso un poster di Bob Marley. Il bancone era completamente vuoto ad eccezione di un pomodoro e un barattolo di maionese.Erano le due e Teresa era affamata, Stefano ordinò due birre. Il bar era deserto, dovevano essere gli unici clienti da ore. Il proprietario era eccessivamente gentile, posò due grossi boccali sul tavolino, insieme a un piattino di olive. Le olive erano marce, le evitarono. Le patatine sapevano di cartone.Ordinarono altre due birre.

-Perché siamo qui?-.

-Oggi cucinerò per te-.

In strada Teresa ondeggiava, aveva bisogno di mangiare subito.Stefano si fermò davanti a un palazzo verde, al posto delle finestre c’erano giornali. All’ultimo piano aprì una porta più stretta del normale, doveva portare al terrazzo.

-Mi fermo qui qualche giorno- l’aria era irrespirabile.

– Come vanno le cose a Praga?-.

-Alla galleria il lavoro sta andando bene. Silvia se n’è andata di casa-.

-perchè?-.

-criticavo ogni cosa, ha detto. Ma non potevo farne a meno, è il dettaglio che mi uccide. Forse non l’amavo più-.

-Stefano?-.

-sto morendo di fame-.

Teresa aspettava sdraiata sul divano in salotto, osservando le alte travi di legno del soffitto. Si addormentò profondamente.Stefano la svegliò dopo un ora, portandole un piatto di pasta.Mangiarono seduti sul pavimento, Stefano bevve una bottiglia di vino.

-Devo andare a preparare la cena-

-Ti ho portato il disco di cui mi hai parlato-

-grazie, non tornerò a suonare-

-perchè?-

-perchè odio i giornali sulle finestre rotte-.

 

Teresa camminò in fretta verso casa, prese nuovamente l’1, il tram ora sembrava un salotto, invitava a conversare. Ma i milanesi erano muti, rintanati nei loro cappotti, lo sguardo sospettoso,andavano di fretta. Preparò le lasagne, non aveva per niente fame. I bambini le divorarono, -buone- disse il marito, con aria offesa.In televisione dissero che ci sarebbe stata l’eclissi. Quando andarono a letto, Teresa guardò il marito.

-E’ una fregatura- disse Teresa.

-Cosa?- chiese il marito.

-Tutto questo- Teresa guardò i mobili allineati nella stanza.

-Sei ancora arrabbiata per l’arrosto- disse il marito.

 Teresa si mise a ridere, poi spense la luce.

Workshop

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Sandro non trovava l’entrata del locale, vedeva solo facciate di case. Era travestito da garage, o da fabbrica, no un campo di bocce: una serra. Rami d’edera si arrampicavano sulle colonne tra i tavolini in legno in stile pic nic, nella rimessa invece erano parcheggiate biciclette a scatto fisso.

Il menù comprendeva hamburger rinominati “Merenda del campione” solo per costare il doppio, i vinili di Sergio Endrigo sullo sfondo, per essere sfogliati da ragazzi seri, solo tabacco senza filtro.

Sandro ordinò un caffè.

-Sono qui per le lezione-

Il cameriere giapponese dai capelli grigi non afferrò.

-Cerchi il proprietario?-

Sandro annuì, non sapendo che altro fare, e il cameriere lo scortò verso un gruppo di ragazzi cicciottelli, con barbe terroriste per nascondere attività pericolose come il Fantacalcio.

Gli indicarono una ragazza con un blocco in mano, in piedi davanti a una porta. Lei cancellò il suo nome, lanciandogli uno sguardo kajal e piercing al naso: era in ritardo.

Si abbassò afferrando la prima sedia e producendo un rumore assordante.

-E tu sei?-

La classe si girò verso di lui

-Sandro-

-Sandro, chi sei?-

Purtroppo erano seri.

-Non lo so- abbozzò Sandro.

-E pensi di essere il solo? AHAHAH- la risata del tutor risuonò forte, seguita da quella ossequiosa della classe.

Eppure lui vedeva tutti gli altri riempire fogli Word di descrizioni di sè, un rumore di tasti pigiati con decisione risuonava nell’aula.

-Bene, ora vi daremo qualche regola, perchè le regole sono importanti, poi le potete infrangere, ma per farlo occhio, dovete essere Carver, o Proust, per intenderci. Innanzitutto: chi come quando dove perchè?-

-Oh madonna- pensò Sandro

– E poi, fate un mestiere diverso dallo scrivere! A me è venuto in mente il macellaio-.

Il tutor sfoggiava uno sguardo orgoglioso.

-O magari il cacciatore, o il pugile o Hemingway- pensò Sandro.

-E poi, un’altra cosa: quel modo di scrivere lì, le minuscole, menefreghismo della punteggiatura, Kerouack. Basta-.

Una ragazza maglione nero a collo alto assentì vigorosamente con la testa, scrivendo freneticamente sul suo blocco appunti in carta riciclata (quella per incartare gli hamburger era finita). Scriveva compiaciuta del rumore del suo anello d’argento che batteva sul tavolo.

-Noi NON VOGLIAMO sentimenti, basta racconti sul sesso e sulla morte, o la solitudine.

La seconda guarra mondiale sì che sarebbe un argomento!-

-Non scrivete: la signora era seduta al bar e pensava al marito morto. Scrivete: la signora aveva fatto avanti e indietro tra la casa e la scuola della figlia piccola: Suo marito era morto da poco.

-Sandro pensò che era troppo. Sandro starnutì: era troppo-.

-Per darvi un consiglio, cercate di mantenervi nella zona d’equilibrio tra Wallace e Follett. Insomma trovate la vostra voce!- Non c’erano dubbi: era stato catapultato in un film su James Franco al college. Solo che al posto delle fighe c’erano le poetesse rasate.

Troppo stordito per protestare, Sandro si lasciò convincere anche dalla propaganda sulla rivista letteraria a cinque euro, impaginata con caratteri di diversa grandezze di Times New Roman. Per scoprire che il racconto di punta era stato scritto da un punk obeso a cui correggere la punteggiatura sarebbe equivalso a uno stupro dell’originalità stilistica, che parlava dell’origine del cappuccino in un monastero di frati cappuccini. Sandro buttò la rivista nel cestino e andò a comprare un kebab.

Sonny

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Il suo vero nome era Sansone, ma per gli altri era solo Sonny, per via della sua fissa per i vestiti italo-americani, direttamente usciti dal secolo precedente. Le sue preferite erano le bretelle rosse, sopra le camice pastello facevano il loro effetto, secondo lui. Non c’era giorno che non lo si vedesse bazzicare in giro con quella bestia di una cane, un mastino a pelo corto, la belva, la mucca gigante.


Facevano un certo effetto assieme, con quei due testoni piatti e quadrati, le guance molli e cadenti, gli occhi rotondi e vitrei.passeggiavano lentamente per la strada come vecchi amici,  cinque passi alla volta. Il cane con quei muscoli doveva fare una certa fatica ad aspettare quell’uomo flemmatico, petulante anche a fare la fila alle poste.
Ti saresti aspettato che lo mangiasse in un solo boccone, sarebbe stato anche giusto, la belva aveva bisogno di fare una bella corsa, liberare i muscoli, chiunque l’avrebbe capito.
Uno scherzo di madre natura, una simbiosi che aveva dell’assurdo: i due si piacevano, il bastardo di cane lo seguiva in ogni angolo, perfino a pisciare.

Lo aveva chiamato T-REX, quel disgraziato, non ricordava nemmeno il perchè, doveva essere stata quella pubblicità t-t-t reeex, il suono di quelle sillabe masticate in bocca, uno stupido jingle impresso nella mente. Li cantava per strada, e più erano orrendi e ripetitivi, più lo divertivano, rimbalzavano orecchiabili in quella sua testa quadrata.
Questo certamente non lo aiutava a socializzare, se lo incontravi sull’autobus di certo ti spostavi su un altro sedile. O forse era per l’odore rancido che emanava.
Non è che non si lavasse, chiaro, lo faceva solo nel modo sbagliato, dimenticando di strofinare il sapone fino in fondo nell’incavo del ascella, oppure era l’asciugamano umido che lo fregava.

Sonny puzzava come uno straccio, ma gli piaceva da matti dimenarsi ballando nei bar. Gli piacevano le canzoni di una volta, ugole profonde, sentimenti al caramello. Era uno zucchero, con ogni persona incontrata per strada: vecchie nonne rimbambite con le borse della spesa,  badanti che urlavano nello smarthphone alla fermata del tram, bambini isterici e piagnucolanti , autisti logorroici incazzati neri.
Aveva sempre vissuto solo: se non consideriamo T-REX, certo, ma nonostante la sua ingombrante presenza, alcune notti sognava una donna, una grande famiglia retrò.

Il rito -Parte seconda-


Entrai nella villa e rimasi senza fiato. I muri erano ricoperti di arazzi logori e una galleria di ritratti decorava le pareti.
Avendo visto la casa sempre da fuori mi ero fatto un’idea completamente diversa da questo sfarzo decadente.
Immaginai le stanze nello splendore di un tempo, teatri di ricche feste e gremite di gente.
L’oggetto che piu attirò la mia attenzione fu un enorme specchio, il bordo era finemente intarsiato di madreperla.
Occupava l’intera parete e faceva una certa impressione, nonostante fosse sfregiato da numerose crepe.
La candela che avevo acceso rifletteva la stanza alle mie spalle, un grande camino, un tavolo di
marmo spaccato a metà. Ero assorto nella contemplazione della stanza quando udii quello che mi parve un ululato.
Dapprima pensai fosse la mia immaginazione, ma poi il latrato si udì nuovamente, questa volta più prolungato.
Non c’era dubbio, il lupo doveva trovarsi nelle vicinanze.
La mia ragione cominciava a vacillare, galleggiavo in una dimensione soprannaturale. I miei occhi guizzavano
per la stanza, mi sembrò di intravedere il frammento di una veste bianca.
Un colpo secco ruppe il silenzio, poi il rumore di qualcosa che rotolava giù dalle le scale.
Mi trattenni dall’urlare per lo spavento, e corsi verso il punto da cui proveniva il rumore. Le scale erano
ricoperte di cera e mozziconi di candela.
Salii i gradini correndo come un ossesso, ma ma sulla soglia della camera da letto mi bloccai. La stanza era piena di
candele, cesti di frutta, fotografie di volti che non conoscevo.Voti, preghiere a una divinità immaginata.
La rabbia mi travolse. Dunque erano loro ad illuminare le finestre ogni sera. La mia amata era solamente il
frutto dell’immaginazione frenetica di un ragazzo.
Staccai la gamba di una sedia e cominciai a colpire tutto ciò che mi capitava a tiro. Frantumai i quadri,
le finestre, i mobili, perfino gli specchi. Un furore folle guidava i miei gesti, per gli inutili anni di studi filosofici e matematici che non avevano estirpato la speranza di un cuore spezzato.
Accecato dall’ira accesi uno dei ceri e lo scagliai contro tende.
Non riuscivo a staccare gli occhi dalle fiamme, ne a muovermi. Trasalii: gli abitanti sarebbero accorsi a breve
sentendo l’odore del fumo. Ruzzolai giù dalle scale e mi chiusi il portone alle spalle, poi corsi per le strade
buie e mi rifugiai nella mia soffitta. Appena ebbi varcato la soglia, svenni sul pavimento.


In sogno mi apparve un albero che bruciava. La fiamma ardeva lacerandone il tronco che si spaccò a metà.
Dall’interno uscì sbattendo le ali uno stormo di aironi. Uno di posò sul davanzale di una finestra.
Mi trovavo di fronte alla casa. Il vento sussurrava tra le foglie attaccate ai rami e tra i deboli sospiri
distinsi alcune parole: -sul retro della casa vi è un giardino, ci incontreremo là accanto alla fontana
che zampilla alla mezzanotte di luna calante-.

Il mattino dopo ero stordito, il sole feriva i miei occhi. Mi recai in paese per il pranzo.
Tutte le finestre delle case erano aperte, le donne agli angoli delle strade confabulavano animatamente.
Non capii di che cosa si trattasse, finchè non giunsi all’osteria.
Nel tavolo accanto al mio due anziani signori parlavano a bassa voce.
-Una maledizione….sventura- parole come queste passavano di bocca in bocca, i clienti parlavano a bassa voce
un uomo con gli occhi spiritati cominciò a urlare e venne portato fuori.
Ero sgomento per l’ennesima conferma dell’ottusità dei miei concittadini, e allo stesso tempo avevo paura di venire scoperto
e arrestato. Ma quest’ansia non era nulla a confronto del tormento delle ore che mi separavano dalla mezzanotte.
Ero sicuro fosse solo un sogno, eppure dovevo fare l’ultimo disperato tentativo.
Le dita giocavano nervosamente con il bordo del tavolo, fissavo un punto indefinito oltre il mio boccale di birra.
-Ehi giovanotto. non ti piace?-
Sobbalzai sulla sedia. Ma era solamente Luisa. Non avevo toccato cibo. Lei seguitava a guardarmi fissamente.
Rimase così a lungo, cercando di richiamare un pensiero a sè. Mi affrettai a finire il piatto, abbassando la testa.
Pagai il conto e mi affrettai a uscire. Rimanevano altre otto ore alla mezzanotte, e non avevo idea di come trascorrere
quel tempo. Mi guardai attorno, poi, rassegnato, imboccai la strada di casa.
I miei genitori vivevano in una villetta modesta, vicino alla collina.
L’ingresso diceva: Benvenuti, con un disegno floreale. Suonai alla porta, nessuno rispose. Suonai di nuovo,
e mi trovai di fronte mia madre.
All’inizio sembrò sconcertata; poi mi abbracciò con slancio. Piangeva. Mi chiese se avessi mangiato, e anche
se le assicurai di sì ma mi diede una fetta di torta.
Non stava ferma un momento, mi chiedeva quando fossi tornato, e come mai fossi passato solo in quel momento.
Cominciai a raccontarle di Algeri, dell’Università, mi sorrideva. Nel mezzo del racconto si alzò e accese il bollitore. Poi mi abbracciò -sei stato via troppo tempo- disse.
-e una ragazza? ce l’hai?-
le risposi di no. Si adombrò.
-alla tua età si deve avere una ragazza, cosa fai in giro per il mondo da solo?-.
Pronunciò -solo- come fosse una malattia rara.
Nel frattempo mio padre tornò a casa e venne a salutarmi.
Ascoltò con attenzione i miei racconti.
-Filosofia. E quand’è che pensi di trovare un lavoro?-
-Ho sempre lavorato-risposi
-lavorato,si. Non potevi fare una cosa più pratica, che ne so, l’alberghiero-.
Mia madre arrivò con il caffè. – Non stressarlo che è appena arrivato. Hai visto quei fanatici in città?-
-Anna, scusa ma ti sembrano discorsi da fare adesso?-la madre tacque.-Già mi fanno incazzare che si inventano le religioni, quando è evidente che c’è un solo dio-
Dovevo bloccarli prima che partissero con i loro discorsi assoluti e inconfutabili su una visione del mondo totalmente parziale.
La stessa piccola visione con cui ero cresciuto, e che si era scontrata con l’esperienza stupefacente delle innumerevoli sfaccettature dell’esistenza.
Facciamo un giro in giardino? Mia madre accettò. Mi mostrò i fiori che aveva piantato. Quando rimanevo con lei
una serenità mi pervadeva. Il mondo diventava semplice.
A cena mio padre mi spiegò la situazione politica in cui si trovava la città, era rimasto un grande appassionato di storia.
Ma le sue osservazioni erano pervase da un cinismo distruttivo, forse per non essere riuscito a cambiare le cose.
Ero irrequieto, li salutai e uscii a fare una passeggiata. Camminai lentamente, lasciando passare il tempo e assaporando
la freschezza dell’aria notturna.Era giunta l’ora che avevo tanto atteso.
Come il giorno prima mi recai alla casa. Il cancello era stato abbattuto dalle fiamme, e al posto della casa c’era una enorme vuoto. Il terreno bruciato scivolava verso il giardino retrostante che era miracolosamente rimasto in piedi.
Aspettai vicino alla fontana, ma non vidi arrivare nessuno. Poi il bacile di pietra si riempì, e lei vi apparve riflessa dentro. Era rimasta identica, il tempo non la toccava.

I miei occhi si riempirono di lacrime, non riuscìì a dire una parola.

-Non c’è molto tempo. Sono trascorsi dieci anni. Il giorno che mi hai vista, non mi era permesso essere in quel luogo, potevo uscire solo di notte, e solo in questo giardino. La mia esistenza stessa era connessa spiritualmente a questa casa.
Per dieci anni ti ho aspettato alla finestra, ed ero qui anche quando le fiamme hanno divorato ogni cosa.
Ma ora che la casa non c’è più, devo andarmene in un luogo avvolto per me in un mistero ancora maggiore.
Ascoltai ma non riuscii a dire una sola parola. Quando scomparve un pianto disperato sgorgò dentro di me,
scuotendomi in violenti scossoni. Nello stesso momento la fontana smise di zampillare e si prosciugò.
E fu così che ripresi il mare per fuggire in un’altra terra, dimenticare il mio nome e rivoltare la sostanza di cui sono fatti i sogni.

Il rito -Prima parte-

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L’accchiappasogni è appeso vicino alla finestra al piano superiore della villa. La casa è antica, avvolta da spire di rampicanti ai muri, protetta da un ponte sopraelevato. Il ponte serve a tenere lontano i vicini, ma anche gli sconosciuti che passeggiano nelle vicinanze, o semplicemente i curiosi. Quando cala il tramonto la casa, situata verso est, viene avvolta da una particolare luce rossastra aumentando l’alone di mistero che la circonda. In paese si vocifera che episodi efferati si siano svolti tra le sue quattro mura. Queste sono solo dicerie, che però nessuno ha mai avuto la voglia di smentire. Nessuno sa infatti chi abiti in quella casa, probabilmente un uomo fuori di senno, una coppia di famosi ladri, o una bestia mitologica. I proprietari a quanto pare non escono mai, perciò nessuno li conosce, nè sa che aspetto abbiano. Sembra possiedano un grande patrimonio, ragione per cui nessuno si arrischia a fare loro causa o a tentare di sfrattarli. La cosa che più colpisce della casa sono le vetrate. Ampie, in stile gotico, riflettono tutte le tonalità dell’arcobaleno. Quelle vetrate attirano lo sguardo di tutti i passanti, alcuni, convinti che si tratti di una cappella, e colti dall’improvvisa voglia di pregare, suonano il campanello: ma nessuno ode risposta. Se potessero guardare attraverso i muri vedrebbero un’altra uscita, che dal retro dà sulla strada sterrata che costeggia il fiume. Anche quel terreno appartiene alla casa, ed è lasciato selvatico: le piante crescono dappertutto, vi sono statue prive di braccia, un laghetto e una fontana grigia al centro del giardino da cui sgorga un debole zampillo d’acqua. Rileggo i pochi appunti che conservo nel mio taccuino. Dalla finestra della soffitta riesco a vedere le luci che si accendono lentamente in paese. Devo affrettarmi ad uscire o non troverò nulla da mangiare. C’è un unica osteria decente del paese. Ma non riesco a interrompere le mie riflessioni. Da dieci anni manco da casa, questo paese mi ha cresciuto con le sue leggende. Pensavo fossero state dimenticate negli anni, eppure mi accorgo che tutto è come lo avevo lasciato. La casa ha conservato il suo aspetto logoro, ma non è invecchiata di un anno. Un miracolo, in un certo senso. Le piante devono essere state tagliate da qualcuno, la fontana pulita. Non ho ancora trovato la forza di andare a fare visita alla mia famiglia, ma sono troppo stanco anche per pensarci. Ora c’è qualcos’altro che mi opprime e non mi lascia dormire. L’osteria è umida e fumosa. il soffitto è ricamato di ragnatele, l’aria è densa di fumo e odore di ricette antiche. Ordino una zuppa. Il viaggio Algeri-Firenze mi ha sfinito, dormire sul ponte della nave, il pullman polveroso. I miei studi hanno prosciugato tutte le risorse accumulate lavorando al porto. E’ stata dura, in un certo senso ho imparato a sentirmi solo e in pace. La proprietaria arranca con la gamba zoppa. E’ Luisa, la stessa di quando ero bambino, ma è cambiata parecchio. Appoggia il piatto sul mio tavolo. Non mi ha riconosciuto, non potrebbe, credo. Quando sono partito ero magro, pallido. Gli anni in mare mi hanno irrobustito, la pelle si è fatta più scura e dura. -Le ho fatto un piatto doppio, mi sembrava denutrito- Luisa mi sorride. Le manca un dente. Ha ancora le braccia forti e robuste, ma i capelli ora sono grigi, nonostante conservi il ghigno furbo. La ringrazio e guardo il piatto : patate sbriciolate, fagioli, spinaci, pomodori, fagioli, cipolle, zucchine, e pane abbrustolito. Tutto questo mi è mancato. Ordino anche una bottiglia di vino e presto comincia a girarmi la testa. La mente torna a quel giorno in cui la mia vita ha subito un brusco arresto. Ero solo un ragazzo e mi piaceva camminare, per scacciare i pensieri. Facevo lunghi giri nei campi e poi tornavo in paese, e come attirato da una forza magnetica passavo davanti alla casa. Facevo quel percorso più o meno ogni giorno e le finestre erano sempre sbarrate. Ma quel pomeriggio nel giardino incolto vidi una sagoma, più precisamente una ragazza con i capelli biondi. Pensai di averlo sognato e con lo sguardo andai istintivamente alla finestra. E vidi chiaramente la ragazza affacciata, indossava una vestaglia bianca, come se si fosse appena alzata dal letto. Poi scomparve nella casa ma per un breve momento i suoi occhi incontrarono i miei. Questo bastò a farmi innamorare di lei, Non saprei spiegare il perchè, non la conoscevo, forse era stata la sua bellezza, l’essere così diversa dalle ragazze che avevo incontrato fino a quel momento. Il problema era che nel paese nessuno aveva mai visto gli abitanti di quella casa, ed era considerata un luogo sacro. Alcuni abitanti vi portavano delle offerte, altri si limitavano a scrutarne le vetrate in adorazione. Era l’argomento di cui parlavano i vecchi nei bar e le donne al mercato. Da una settimana mi aggiravo intorno alla casa in cerca di indizi. La notte facevo sogni confusi, in cui la donna si affacciava al balcone e poi si buttava. Mi svegliavo madido di sudore, le mani ghiacciate nel cuore della notte. Non riuscendo a dormire, una notte, aprii la finestra per far entrare l’aria fresca, e mi misi ad ascoltare i rumori notturni. Una civetta cantava tra i cipressi, ma su quel canto emerse il suono di un carillon che proveniva dalla strada. Istintivamente indossai la giacca. Indossavo ancora il pigiama ma probabilmente non me ne accorsi, ero ipnotizzato dal suono che mi condusse nel paese fino al portone che conoscevo così bene. Con stupore notai che tutte le finestre della casa erano illuminate. Provai ad aprire il portone, con tutte le mie forze, ma non si mosse. Il suono era cessato. Vidi che il giardino era costellato di ceri accesi. La follia dei miei concittadini non aveva limiti. Dovevo fermare quello scempio a tutti i costi. Solo così avrei rivelato la menzogna, i falsi miti che soffocavano la città come i rampicanti per quella casa. Il giardino venne invaso all’improvviso di una luce rossa, cangiante. La luce infuocava i fiori, i rami degli alberi, e le mie mani. Era l’alba: non riuscii a staccare lo sguardo dal cerchio rosso sangue del sole. Com’era bella ora, spogliata di tenebre. Come la veste bianca della donna. Fu allora che notai un buco nel tronco dell’albero, un passaggio che non avevo mai notato. Mi inginocchiai e strisciando entrai nella cavità, raggiungendo il giardino interno. Sollevai la polvere con le scarpe e spensi tutti i ceri. Dopo dieci lunghi anni, varcai finalmente l’ingresso del mio sogno.

Stella Maris


Vicino al letto il pendolo nero oscilla avanti e indietro. Un occhio ogni tanto appare tra le lancette, forse perché sono le tre. Non è un buio di pece, la nebbia lattiginosa oscura la luna. Un braccio pallidissimo si protende descrivendo un arco nell’aria, le labbra serrate si tendono per un suono oltre la finestra. Labbra identiche sprofondate nel sonno accanto a lui, e occhi, il profilo del naso. Solo i capelli di lei sono lunghissimi, sparsi sopra la vestaglia bianca. Un occhio grigio si apre nel buio, cerca la mano che stringeva. Greta indossa ancora le cuffie con la musica accesa. Non riesce a svegliarsi, il sole è troppo forte. Angelo le preme la tazza di caffè bollente sulla guancia. Lei lo insulta vagamente, si rigira. E’ nel letto da due giorni -Division- le sussurra nell’ orecchio. Lei si riscuote. -E’ stasera- Angelo scompare tra le tende del terrazzo. In metropolitana Greta ascolta ancora la stessa musica, Angelo è scollegato, si guarda attorno. Sono arrivati al capolinea. Il resto della strada lo fanno a piedi. Greta cammina velocissima, ha il terrore di pedere l’inizio del concerto. Le lattine le porta sempre lui nello zaino pesante. Quando il concerto inizia lei sembra animarsi gli urla forte nell’orecchio, spinge tra la calca. Bevono le lattine una dopo l’altra Greta fuma e canta, Angelo è silenzioso, chiude gli occhi, assapora il riverbero metallico del sinth. Appena le luci si spengono si allontanano velocemente, parlando sottovoce a distanza di pochi centimentri, un corpo solo, Greta indica un prato in fondo alla cascina, Angelo si lascia cadere sull’erba, distrutto. -Allora?- Greta lo guarda di traverso. -Stasera non siamo per niente in sintonia, ma questo mi fa sentire bene- -Ma se stiamo parlando ininterrottamente da un’ora!- -Si, ma è una sensazione che pervade ogni cosa, è tutto sbagliato- -Dai,insultami.- -Così non mi viene, devi darmi uno spunto. Mi veniva meglio l’altra notte, quando facevi finta di non conoscermi-. -Ma era uno scherzo, era divertente!- -ecco, ho trovato. Tu non fai ridere!- Angelo ride, stringe un ramo d’erba, Greta glielo strappa di mano -secondo me dovremmo baciarci- -che cazzo dici??-


-Cosa hai sentito?- -la forma delle tue labbra- Greta pensa al suo essere materialmente attaccato alla terra. Non si fida di una lucidità del genere. Stava per caderci dentro. -Vado a prendere una sigaretta- dice, e sparisce. L’istinto l’ha salvata dal tuffarsi nel baratro nero. Ma ora quando mangia le sembra di inghiottire pietra, l’aria è  pesante, le sfugge il senso della giornata. La chitarra è inchiodata al muro, la voce: assente. -Perchè ti nascondi dalla luce del giorno?-. Da due giorni percepisce le ombre come grandi ali nere sopra la sua testa. Angelo è scomparso, ma la stanza è impregnata di nebbia bianca, lo sente.

Cosa sono le nuvole

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Riverso su una panchina con la testa capovolta Giulio guarda le scarpe dei passanti scomparire oltre il suo orizzonte.
Sul pavimento ci sono alcune lattine di Forst accartocciate e due sputi giganti. Le nuvole sfilano sopra la sua testa.
Una signora con un carlino rantolante passa e gli grida -vai a scuola!-.
Il rossetto rosa shocking è sbavato ai lati della bocca.
Ma lui sa che non può abbandonare la postazione-panchina, guadagnata correndo più veloce delle russe con la radio portatile
le torte salate e la vodka. Riesce comunque a sentire le musiche tradizionali moldave mentre ballano ubriache qualche metro
più in là..
Una badante sudamericana con un’anziana signora in carrozzina si fa spazio occupando metà panchina.

Giulio si alza e si siede rigido vicino a loro sperando di non sembrare una comitiva.
-Guarda che bel sole signora-
La signora indossa degli occhiali da sole neri da uomo squadrati.
-Che vita di merda-dice fissando davanti a sè, composta.
A Giulio viene in mente Kurt Kobain. Gli viene voglia di chiamare Sandro.

Le file di scompartimenti del supermercato luccicano. Sandro scarta un pacchetto di wurstel e gli dà un morso.
Giulio assaggia un sorso di rhum da una bottiglia. Ha le tasche piene di caramelle, riflette su quanto siano gommose
gli sembra di non avere più la lingua. Non avendo più la lingua gli escono solo parole strane -ghlllaaav-.
Sandro vede uno skateboard e lo prova lungo la corsia della carta igenica.
La strada è sbarrata da un carrello pieno di bambini e omogeneizzati. Sandro lo schiva e va a finire contro
due ragazzi con il berretto arrotolato. Il loro carrello vintage con zenzero biologico, pane kamut, spaghetti di soia e
mango per i centrifugati si ribalta e le due bottiglie di vino rosso inondano il pavimento.I due ragazzi si nascondono nel reparto accessori per la casa. C’è un odore nauseante di detersivi e un’infinità di scelta sui possibili
modelli di manico scopa. Giulio svita il tappo di un deodoranti e lo annusa. Non ha ancora trovato quello che neutralizzi l’odore della sue ascelle.
Assaggiano il sushi da un contenitore di plastica e sfogliano i tipici libri da supermercato, cagnolini,tristi comici italiani, ricette ipocaloriche.
Gli vengono in mente i libri che propone la scuola: Jane Austen, De Amicis, Manzoni.
Sandro ha dei libri più interessanti : Celìne, Sartre, Hemingway, Camus, Gide, Auster. Per questo è sempre in giro con lui invece che a scuola.
Avverte nuovamente quella fitta, il petto si fa pesante e appiccicoso. -Andiamo- Tira l’amico per un braccio.
Alla cassa, Sandro mette sul nastro trasportatore una lampadina, rossa. La commessa di mezza età con i capelli color rapa li guarda diffidente, masticando
una cicca rosa
-Tre euro e trentacinque-scandisce “trentacinque”. Sandro rovista nella tasca in cerca di monete ma trova solo
residui d’erba. Giulio mette i soldi sul bancone.
Si dirigono all’uscita con le gambe un pò tremanti, ma una voce li trattiene.
-Ho visto tutto- Sandro si volta pallido e si trova di fronte la commessa.
-Pupille dilatate, sguardo assente, l’hanno detto al telegiornale! Smettete di drogarvi.-l’avvertimento sembra una minaccia.
-Giuro- dice Sandro. Giulio cerca di trattenere la risata fino all’uscita, ma la lotta è vana.

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